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mysterywhiteboyApril 23 O saisons, o chateaux......quelle ame est sans défauts?
Mi sa che talvolta Saramago s'offende,
che lo lascio lì e riapro Rimbaud...
Il fatto è che ultimamente faccio fatica a mantenere quella sorta di accordo tra me e ogni libro che prendo in mano: portiamoci alla fine. Un po' è la mancanza di tempo da dedicar loro seriamente, un po' è la mia fissa di evitare come peste suina la "letteratura" da spiaggia, un po' è che un libro di poesie puoi prenderlo, aprirlo a caso e leggere... Forse più che un accordo, si instaura una sfida: mi incaponisco, ma non per "arrivare alla fine" in quanto scioglimento, in cauda venenum o dulcis in fundo - questo è per i Dan Brown e i Ken Follett - , ma per la sempre recondita speranza di trovare il passaggio illuminante, la spinta verso l'alto, la botta lisergica. A volte ho dovuto cedere: Dostojevski reclama da angoli polverosi, Gadda si aspetta ancora un ritorno. Tornerò. Saramago purtroppo per lui è capitato nel periodo più fulgido del giovane francese, ma non deve temere. Sopratutto se continua a regalarmi perle:
"Qui si parla di impressioni, di occhi che vagano e accettano il rischio di non captare l'essenziale perchè attratti dal superfluo." April 15 Intervista"Se Jim Morrison fosse ancora vivo oggi, sarebbe il presidente degli Stati Uniti"
Ray Manzarek
(rockstar di aprile, n.320) March 30 With every tear a dream"A trent'anni Randolph Carter perse la chiave della porta dei sogni. Fino ad allora egli aveva compensato la prosaicità della vita con escursioni notturne in antiche e strane città oltre lo spazio, e nelle incantevoli, incredibili regioni dei giardini al di là dei mari eterei; ma quando sentì incombere la mezza età, questi privilegi cominciarono a sfuggirgli a poco a poco, finchè non ne fu completamente tagliato fuori. [...]
Egli aveva letto molto su come stanno davvero le cose, e aveva parlato con troppa gente. Filosofi ben intenzionati gli avevano insegnato ad indagare le relazioni logiche fra le cose, e ad analizzare i processi che plasmavano i suoi pensieri e le sue fantasticherie. Ogni meraviglia era svanita, ed egli aveva dimenticato che la vita non è altro che una teoria di immagini della mente, che non c'è differenza tra quelle nate dalle cose reali e quelle scaturite da sogni segreti, e che non c'è motivo di ritenere più vere le prime delle seconde. Il conformismo lo aveva indotto a una superstiziosa deferenza verso tutto ciò che esiste tangibilmente e fisicamente e lo aveva reso segretamente vergognoso di abbandonarsi alle visioni. Uomini assennati gli dicevano che le sue ingenue fantasie erano sciocche e infantili, ed egli giunse a crederlo, perchè si rendeva conto che spesso era proprio così. Ma dimenticava che le azioni concrete sono altrettanto vacue e infantili, ed anche più assurde, perchè chi le compie si ostina ad attribuir loro un significato e uno scopo, mentre il cieco cosmo gira senza meta dal nulla verso l'esistenza e dall'esistenza verso il nulla, indifferente, inconsapevole dei desideri o della stessa esistenza delle menti che per un istante proiettano uno sprazzo di luce nel buio.
Lo avevano incatenato alle cose che esistono e gli avevano spiegato i loro meccanismi finchè ogni mistero era svanito dal mondo. Quando se ne rammaricava e desiderava fuggire nei regni del crepuscolo ove la magia forgiava vividi, piccoli frammenti e preziose associazioni della sua mente in visioni straordinarieche toglievano il fiato e gli davano un piacere inesauribile, gli altri lo invitavano a rivolgere la propria attenzione agli ultimi prodigi della scienza, a scoprire la meraviglia nel vortice degli atomi e il mistero nelle dimensioni degli spazi celesti. E poichè non riusciva ad appagarsi delle cose le cui leggi sono conosciute e quantificabili, gli dissero che era privo di immaginazione ed immaturo, perchè preferiva le illusioni dei sogni a quelle della concreta creazione fisica.
[...] Non poteva impedirsi di vedere quanto futili, vacue e insignificanti siano le aspirazioni umane, e come i nostri veri impulsi contrastino duramente con i pomposi ideali in cui professiamo di credere. Allora ricorreva alla risorsa del sorriso educato che gli avevano insegnato a contrappore alla bizzarria e all'artificiosità dei sogni: perchè si rendeva conto che la vita quotidiana nel nostro mondo è altrettanto stravagante e artificiosa, e anche meno degna di rispetto, priva di bellezza com'è e assurdamente restia a riconoscere la propria mancanza di ragione e di scopo."
(H. P. Lovecraft, "La chiave d'argento") March 24 Whatever That HurtsDecoction of Jimsonweed Cobweb sticks to molten years With every tear a dream Honey tea, psilocybe larvae Energy trickles with the tide Overfilled toothpaste tubes Twinkles and gazes... (da Wildhoney - Tiamat) March 11 Hit me one more time...(Tratto da “Britney Spears. Vita, morte, leggenda”)
“…nel corso del 2007 i problemi di Britney con la droga si intensificarono, finchè Kevin, ormai ex marito, con l’appoggio dei signori Spears, la fece sistemare in un centro di recupero tra i più rinomati, il Lincoln Center, famoso per le ferree regole interne e soprattutto per rendere impossibile ogni via di fuga: si trattava infatti di un piccolo edificio arroccato sulle Montagne Rocciose, accessibile solo via mulo, distante almeno 100 km da ogni altro centro abitato. “Per tornare vivo devi essere prima tornato sano”, era il motto dell’arcigno direttore del centro, signor Alex Ludwig.
I primi periodi nel Lincoln furono molto duri. “La signorina Spears ci dette molti problemi, all’inizio” ricorda Ludwig, oggi arzillo ottantenne che coltiva canapa nel giardino di casa. “Continuava a gridare: insulti al personale, a se stessa, alla famiglia… Voleva vedere i figli, il marito, il pusher… E quando non gridava cantava le sue canzoni, seduta per terra in un angolo abbracciandosi le ginocchia. Quelli erano i momenti peggiori.”
Fu lì che qualcuno prestò a Brit la famosa cassetta di “Songs of Leonard Cohen”. Non si sa di preciso chi sia stato, se uno degli altri “ospiti” del centro o uno degli infermieri. Pare che la sua prima reazione fu quella di tentare di nuovo il suicidio strangolandosi col nastro magnetico; poi con l’aiuto dei terapisti si ricordò che su quel nastro c’era della musica, e che anche lei ascoltava musica dalle cassette, quando era piccola. Riavvolse quindi il nastro, pazientemente, aiutandosi con una Bic, e finalmente potè ascoltare l’album. Lo shock fu tale che Brit arrivò addirittura a scrivere degli appunti su fogli sparsi, poi raccolti dagli infermieri. “Che cos’è sta merda?” si legge continuamente in quei fogli.
“Probabilmente fu quella la molla che spinse la signorina Spears a riprendersi” ricorda ancora Ludwig. Infatti da quel momento le condizioni di Brit iniziarono a migliorare, e in breve tempo riacquistò il suo equilibrio psicofisico. Ma qualcosa era cambiato.
Brit si fece dare una chitarra acustica e disse un giorno al suo manager, recatosi a trovarla al Lincoln: “Ho deciso: racconterò la mia esperienza qui dentro attraverso le canzoni”. “Intendi dire che vuoi scrivere canzoni?” “Sì.” “Con la chitarra?” “Sì.”
Dopo quell’incontro il manager andò a colloquio dal signor Ludwig, e Brit rimase sei mesi in più del dovuto nel centro, tutto a spese della casa discografica. Ma lei non si perse d’animo, e anzi approfittò di quel lungo periodo per scrivere le canzoni che sarebbero andate poi a formare il “Lincoln Center Album”, il più grande flop discografico d’inizio millennio. Nonostante il giudizio unanime della critica: “Ballate intimiste, solo chitarra e voce, arrangiamenti ridotti al minimo… Britney mette a nudo la sua anima”, “Oggi Brit può aspirare al ruolo di erede di Tori Amos”, “La Spears si lascia alle spalle gli eccessi e l’immagine giovanilistica per questa nuova dimensione di maturità”.
La casa discografica la piantò in asso, e Britney fu costretta, per continuare a fare la sua nuova musica, a firmare per l’etichetta Beggars Banquet…” March 01 Vagabondi(dalle Illuminazioni di Rimbaud)
Pitoyable frère! Que d'atroces veillées je lui dus! "Je ne me saisissais pas fervemment de cette entreprise. Je m'étais joué de son infirmité. Par ma faute nous retournerions en exil, en esclavage." Il me supposait un guignon et une innocence très bizarres, et il ajoutait des raisons inquiétantes.
Je répondais en ricanant à ce satanique docteur, et finissais par gagner la fenetre. Je créais, par-delà la campagne traversée par des bandes de musique rare, les fantomes du futur luxe nocturne.
Après cette distraction vaguement hygiénique, je m'étendais sur une paillasse. Et, presque chaque nuit, aussitot endormi, la pauvre frère se levait, la bouche pourrie, les yeux arrachés, - tel qu'il se revait! - et me tirait dans la salle en hurlant son songe de chagrin idiot.
J'avais en effet, en toute sincérité d'esprit, pris l'engagement de le rendre à son état primitif de fils du Soleil, - et nous errions, nourris du vin des cavernes et du biscuit de la route, moi pressé de trouver le lieu et la formule.
(Misero fratello! Quante veglie atroci mi causò! "Non mi abbandonavo con fervore a quell'impresa. Mi ero preso gioco della sua infermità. Per colpa mia saremmo tornati in esilio, in schiavitù." Supponeva in me una scalogna e una innocenza assai bizzarre e allegava conturbanti ragioni.
Io rispondevo con un sogghigno a quel satanico dottore, e finivo col raggiungere la finestra. Creavo, al di là della campagna attraversata da strisce di musica rara, i fantasmi del futuro lusso notturno.
Dopo questa distrazione vagamente igienica, mi stendevo su un pagliericcio. E, quasi ogni notte, appena addormentato, il povero fratello si alzava, colla bocca imputridita, con gli occhi strappati, - proprio come si sognava lui! - e mi trascinava nella sala urlando il suo sogno di dolore idiota.
Avevo infatti, e con la massima sincerità di spirito, assunto l'impegno di restituirlo al suo stato primitivo di figlio del Sole, - ed erravamo, nutriti del vino delle caverne e del biscotto della strada, io ansioso di trovare il luogo e la formula.) February 13 All we ever wanted was everythingAll we ever wanted was everything
All we ever got was cold
Get up, eat jelly
Sandwich bars, and barbed wire
Squash every week into a day
The sound of drums is calling
The sound of the drum has called
Flash of youth shoot out of darkness
Factorytown
Oh to be the cream
(Bauhaus - dall'album The Sky's Gone Out) February 07 Notre Dame des NaufragésIl sentiero cammina a ridosso della riva scoscesa, dove cespuglietti di fiori giallini si agitano a scatti nel vento, aggrappati tenacemente alla terra che si fa quasi verticale.
Più sotto la terra lascia posto alla roccia, nuda battuta e frustata dal moto sterminato del cieco Atlantico. Fiocchi di schiuma bianca schizzano a ogni scontro e s'incrociano in strane parabole, come fuochi d'artificio d'acqua, piccoli guerrieri di piccoli moti eroici di conquista, lì dove il mare da secoli lambisce e seduce la terra.
All'ombra della statua il vento si fa più forte e porta lontano da me le voci dei miei compagni, intenti a disputarsi la ragione su quale parte d'Inghilterra sia quella che si vede là, sottile sottile, nebbiosa ombra sopra la linea del mare.
Sotto di noi la lingua di terra si interrompe in un delirio disordinato e digrignato di scogli e rocce, vittime da tempo immemore di onde e marosi e tempeste; ma con terribili, sempre più flebili sforzi di sasso riesce ad arpionarsi a un isolotto al centro di correnti opposte. Sull'isolotto, un faro.
Il vento mi fischia nelle orecchie, e vedo il cielo farsi cupo e pesante, come carico di ghisa. Le onde aumentano, impazziscono, si gettano una contro l'altra e in ogni direzione, più grosse, più alte. Una piccola barchetta là in mezzo sballottata su e giù e di lato, e io che ci arranco sopra, vestito d'incerata gialla, per raggiungere il timone senza più controllo. L'acqua precipita addosso e pesa, sferza, picchia. Lo vedo bene dal faro, che trema ad ogni ondata, gli schizzi che giungono sempre più in alto alle mie finestre tonde.
Non siamo fatti per le grandi battaglie, per i clamori, gli eroismi. Per l'epica, l'impresa. Ci tronfiamo delle blande maree che ci sballottano su bagnarole senza neanche la coperta; usiamo dei remi che chiamiamo ragionevolezza e vivere civile. Forse l'oceano non ci ha ancora messo alla prova? Guardo i miei amici ancora intenti a questionare: ci accompagnamo e ci assistiamo a vicenda attraverso i giorni, senza essere mai troppo protagonisti, immaginando le tempeste che scorgiamo là dall'orizzonte.
Mi volto verso la statua, pia donna incrostata di salsedine che accoglie i suoi figli morti in mare.
Forse c'è un posto anche per le nostre piccole battaglie presuntuose.
(Nul n'a passé le Raz de Sein sans peur ni douleur: http://www.finisterehebdo.com/pointeduraz.php) January 22 Pasolini- migliaia di piccoli atti di quotidiano disonore -
...bisogna assentarsi ogni tanto dai luoghi dei Doveri... January 04 A summer diseaseLa
falsa sicurezza delle case. La falsa sicurezza delle amicizie. E il
dilatato ritorno dal rito dell’aperitivo, allungato col caffè
e l’acqua e il succo di frutta, diventa un galleggiare sul baratro
nero della domenica sera, sull’abisso di una nuova settimana.
Ignorando dolori post sabato sera – forse è per quel nuovo
cocktail, quello con due tipi di rum, granatina, succo al pompelmo,
tonica, vodka, una spruzzata di lime, kalhua, angostura e… c’era
qualcos’altro, no? Eh, non mi ricordo. Ho smesso di andare all’aperitivo.
December 26 CitazioneChe in tutto fra tutte suprema sia
la legge del mercato, che a lei deva
subordinarsi restando utopia
per sempre tutto quello che solleva
l'uomo da se stesso sembra alla mia
mente quasi incredibile. Ma alleva
menti per crederci l'economia
trionfante, fa che ciascuna s'imbeva
di quel credo miserabile e creda
a esso fieramente come al più santo
vangelo; e non ha scampo chi rimpianto
dell'altro s'ostina finchè non ceda
di schianto il cuore a provare e di noia
trema dove per altri è ottusa gioia.
(G. Raboni, da Ogni terzo pensiero) December 05 AnomaliaVuoi per sonno, vecchiaia, o per mancanza di simpatia,
siamo rimasti in due a vagare per i lati freddi delle vie,
fra tristezze intraviste dai vetri vaporati dei locali,
appena fuori la vida loca, l'aperitivo interminato.
“Cerchiamo da ballare, conosco un posto”, forse solo per scacciare il freddo,
visto che la sbornia costa troppo e saremmo stati i soli a subirla.
Allora i passi affrettano su strade ogni volta già viste
ma “se tu mi abbandonassi qui, ora, non saprei come tornare a casa”.
Non è Brera, non è Corso Como, non è New York nè quindi l'America
e tu sai quanto si può essere soli nella folla che evita il tuo sguardo.
“Insignificanti cacchine di mosca nell'universo”,
questa è la dichiarazione,
ma l'angoscia quando fra i continui condomini s'apre improvviso un buco di buio
cinto di cartelli e assi come di cantiere, e la più dietro spettri irreali di modernità -
ma è solo scenografia, solo volti sorretti da travi per vedersi ricchi ed europei -
ma l'angoscia è vera come è vero il panico di entrare nella bara del Patuscino,
bolgia di mezza età in luce blu che cerca di sudare l'incombenza
dell'ennesima settimana con la sua mostruosa normalità di riti laterali -
“Andiamo via!”, e siamo meno insignificanti col nostro rifiuto
di andare a visitare il cimitero con le persone sbagliate,
di festeggiare la fine in compagnia di chi non sa tenerla. October 26 Quasi le seiSe l'autunno è sereno è la stagione più bella, mi disse una volta qualcuno.
Guardo fuori dalla finestra: i boschi virano il verde in gialli e rossi, qua più intensi, là più smorti; il sole già si abbassa, tiepido, e getta ombre sulle case istupidite: hanno occhi semichiusi, bocche un po' aperte. Nella loro testa, qualcuno è appena tornato da lavoro, qualcun'altro pieno di sacchetti della spesa; i bambini guardano la televisione seduti sul tappeto, i vecchi soli stanno già cenando.
Non sanno che sono qui. Non sanno che sorrido, che canticchio tra me, che mi fermo in volo a guardare le loro finestre. Non sanno che ogni volta che sento il fischio del treno mi si ferma il cuore: "Vieni!" mi dice, "Andiamo! Ci sono occhi che ti aspettano, e parole, e cure da dare e ricevere...".
Se mi sporgo un po', già vedo la stazione. September 24 Jellyfish
“Sai, l’altra sera con le amiche parlavamo del passato, delle cose belle... Ho parlato di te...”
A volte penso che non sarà mai finita. Come la caravella portoghese, che si porta dietro i suoi metri e metri di strascichi urticanti per l’oceano.
Zuppi di pioggia sulla strada del ritorno, tre di notte, sembra quasi normale che i discorsi si facciano malinconici.
“L’ultima volta che ci ha visti, Tizia ha detto che secondo lei abbiamo raggiunto un equilibrio...”
La guardo. Eccitazione fisica, un affetto che nasce da ciò che è stato, un desiderio che sa di rammarico. Pochi attimi di confusione, e la chiara coscienza che in ogni momento potremmo sbagliare di nuovo.
“Sì, hai presente le pietre nel canyon? Sasso piccolo sotto, sasso enorme sopra? Ecco, quello è il nostro equilibrio.” dico.
“Già.” Ci fissiamo, poi contemporaneamente distogliamo lo sguardo. La paura.
“E’ ora di andare” dice, aprendo la portiera. “Grazie del passaggio, buonanotte.”
Come mille altre volte la guardo scomparire nel buio oltre al portone. Poi mi riconsegno alla pioggia e alla notte e alla speranza di dormire.
September 11 Notte biancaLa luce è spenta, e dalla finestra aperta entra la luce aranciognola e vagamente liquida dei lampioni. Ogni tanto qualche luce bianca, o un lampeggiante blu, attraversa il soffitto.
Da fuori voci, grida, musica. Rumore di vetri rotti, risate. E un continuo mormorio, un incessante brontolare come di migliaia di pentole d’acqua bollente. E ogni tanto, un sospiro di Nero, il piccolo terrier, accaldato sul pavimento.
L’incenso che lei ha acceso poco prima si sta diffondendo lentamente nella stanza, e lui pensa che fra poco inizierà a dargli fastidio. Mentre pensa questo, le tocca lentamente i capelli setosi sparsi sul cuscino.
“Potremmo andare a fare un giro, ti va?” dice lui.
“Non è che abbia molta voglia…”
“Mi hanno detto che Tizio suona in una piazzetta vicino alla stazione”
“Beh, se vuoi, vai… Io preferisco non buttarmi in mezzo a quella bolgia.” replica lei indicando la finestra. “Sai che non mi piace il casino.”
Lui si gira sulla schiena. Lei appoggia la testa nell’incavo della sua spalla, posandogli una mano sul petto nudo. Lui gliela stringe.
Altre voci, altre musiche, altre grida che si mescolano ed entrano dalla finestra con la luce fioca. Il fumo dell’incenso si alza lentamente dal diffusore in legno intagliato, comprato a qualche bancarella di oggetti finto-etnici.
“Ma per te cos’è importante ora?” chiede lei a un tratto, spostando la testa all’indietro per guardarlo negli occhi.
Lui la guarda un istante, sorpreso, poi torna a guardare il soffitto.
“Ma è ovvio… Tu! Tu sei importante.”
Lei si scosta ancora, come per guardarlo meglio.
“No, dai. Seriamente. La cosa più importante per te.”
“Perché devi farmi sempre ‘ste domande?”
“’Ste domande cosa? Perché, è così difficile rispondere?”
“Beh, non mi sembra proprio una domanda così facile.”
Lei non toglie gli occhi dai suoi. Con una mano si scosta i capelli.
“Beh, la cosa importante… La cosa importante per me ora è…”
“Ma ti ci vuole così tanto?” dice lei, sarcastica. “E’ così importante che manco te la ricordi…”
Un gruppo di persone, dalla strada, inizia a cantare in coro, ma lui non riesce a distinguere le parole.
“Mi metti nervoso quando fai così, lo sai?”
“Lo so. Così ti smuovi un po’, cazzo.”
Lui inizia ad avere caldo, e si mette a sedere sul letto.”Ho caldo.” La schiena nuda appoggia sul muro fresco. Sorride. “Wow, così si sta bene… bello fresco.”
Anche lei si alza, stiracchiandosi. I seni puntati contro di lui. Poi gli sorride, ma non è un sorriso benevolo.
“Eh. E allora?”
“Eh?”
Lei sbuffa. “Non mi hai ancora risposto.”
Lui torna a guardare le luci che si muovono sul soffitto, con un sospiro.
“La cosa importante? Beh, direi la pittura. Quando dipingo, sto troppo bene, è una sensazione… E’ una sensazione indescrivibile... Mi sento come staccato dal mondo.”
“Lo so” replica lei, per un attimo comprensiva. L’incenso inizia a farsi sentire insistentemente nelle narici. “Lo so quanto sia importante per te. Ma cosa stai facendo adesso?”
“Beh…”
“Nulla.”
“Non è vero! Sto aspettando una risposta da Caio, il gallerista, quello gay… Te lo ricordi? E poi sto lavorando a delle idee, ci sto lavorando su…”
“Tutti i galleristi sono gay” dice lei, con un sorrisetto ironico. “E comunque, ci rinuncio, tu non capisci.”
“Non capisco cosa?”
“Questo sarebbe… queste sarebbero le tue priorità ora? Aspettare, aspettare… Una risposta da uno che Nero è più affidabile”. Il piccolo terrier, sdraiato sul pavimento, a sentire il suo nome alza per un attimo la testa e li guarda, per poi lasciarsi andare di nuovo, con uno sbuffo. "E fare qualcosa nel frattempo? Hai chiamato per quell’annuncio che mi avevi detto?”
“No, non ho chiamato”. Lo sguardo di lei si fa severo. “Il fatto è che, cazzo, ho pensato che un lavoro come quello… Io non ci sono portato, lo so già, è inutile perdere tempo.”
Lei lo guarda a lungo prima di scuotere la testa.
“E l’università? Sti esami che ti mancano, quando pensi di farli? Ci pensi?”
“Sì, ci penso, cosa credi?”
“E allora, perché non ti impegni in quelli? Fare qualcosa, finire in fretta sta università… Non mi dicevi di sentirti in colpa verso i tuoi?”
“Vero. Vero.”
“E allora? Non è il caso di pensarci?”
“Eh… Hai ragione.”
“Lo so, che ho ragione. Se lo sai anche tu, cosa fai allora?”
“Perché mi fai tutta sta morale? Neanche mio padre…”
“Non è una questione di morale. È che mi pare che pensi alle cose sbagliate.”
Le voci fuori continuano a brontolare, a ridere, a gridare. Musiche vaghe. Un altro lampeggiante che attraversa il soffitto. L’incenso ormai si è spento, ma l’odore permea tutta l’aria della stanza. Lui pensa che avrebbe veramente voglia di una sigaretta.
“Ho visto un film molto bello, ieri sera. L’uomo senza passato, di Kaurismaki. L’hai visto?” dice lui.
“No, non lo conosco” risponde lei cominciando a rivestirsi. “Cos’è, russo?”
“No, finlandese. Racconta di un uomo che per un incidente perde la memoria e si ritrova in mezzo ai barboni. Senza documenti, senza sapere chi è. E si ricostruisce una vita.”
“Carino. Potremmo guardarlo, domani pomeriggio.”
“Dai, dai.” Anche lui inizia a rivestirsi. “Però non ti devi addormentare come ogni volta.” aggiunge sorridendo. Anche lei sorride.
“Scusami, ma al weekend arrivo così stanca… Non ho nemmeno voglia di andare a correre, figurati.” Poi lo guarda storto. “Lavoro, io…”
“Ha. Ha. Proprio simpatica”
“Capirai un giorno, caro mio.”
Lui la guarda alzarsi, ancora senza pantaloni, sistemare alcuni vestiti su una sedia, controllare il cellulare. Nero si alza e scodinzolando le gira intorno alle gambe nude. “Quindi vai a farti un giro?” chiede, carezzando il cane.
“No, mi è passata la voglia. E poi volevo andare con te.”.
Lei torna al letto, e gli si struscia contro.
“Allora resti a dormire qui da me?”
“Sì.”
“Dammi un bacio, dai…”
Lui la bacia, mentre dalla strada giungono grida rabbiose da ubriachi, insulti, una bottiglia che si rompe.
“Una rissa?” dice lui, facendo per alzarsi.
“Lascia perdere… resta qui” dice lei, trattenendolo. Lui si lascia andare di nuovo sul letto. Guarda un momento le luci danzare piano sul soffitto, poi chiude gli occhi. September 01 Szént IstvànGyor, festa nazionale. Tutto è chiuso, la poca gente si muove nell’indolenza che impregna l’aria. Lenti, svagati, guardando le vetrine tra le maglie delle serrande; oppure seduti fuori dai bar, sulle panchine, sotto le bandierine tricolori immobili nell’arsura. Le vespe disturbano gli avventori del ristorante, cadono nelle birre che vengono prontamente sostituite.
Anche le strade sono in festa, e si fermano dopo pochi metri, atterrite dal sole. Non si riesce ad andare da nessuna parte. Non al di là del ponte, seppure chiome di alberi là promettano frescura. Si gira tre o quattro volte la piazza, ci si infila in strade desolate, si spia con meraviglia una rara finestra aperta – un segno di vita nel letargo estivo. Camminando rasenti ai muri per sfruttare la minima ombra, strascicando i passi si torna al punto di partenza.
Le radio mandano musica popolare ma nessuno l’ascolta, ed essa si perde mischiandosi alla canicola. I piedi dolgono del camminare a caso. La sera è incerta, forse non arriverà neppure.
Per quanto il viaggio può piacere, a volte cedi alla tentazione di voler essere a casa. Di poter tornare alla certezza, al letto sicuro, alle stanze familiari. Ma poi la strada chiama, anche se sonnolenta nella festa, ed è impossibile non rispondere. E’ come una sirena, non resisti. Devi sfruttare ogni chilometro, mangiarlo, assorbirlo in flusso contrario al sudore. Gyor non ci porta da nessuna parte, allora ci portiamo da noi. Siamo già in macchina.
E’ di nuovo la strada. Gli interminabili campi di girasoli, le loro teste grosse e nere che pesano troppo e curvano lo stelo verso terra. Anche per loro l’amore è troppo.
Finchè non arriva la città. Inizia piano, sembra normale. Ma subito dopo una curva esplode il cemento del soviet, si replica pare all’infinito. Casermoni squadrati di una regolarità psicotica, che nell’aria afflitta dall’afa paiono ancora più immoti e monolitici. Pensa a vivere lì dentro, ti chiedi. In un piccolo quadrato, un cubito, circondato da altri cubi all’interno di un cubo immenso. E tutto attorno, come paesaggio, altri cubi. E’ l’orgasmo dell’angolo retto, la sublimazione a 90°, la vittoria dello spigolo vivo.
Poi il disordine dei secoli si riprende i suoi spazi di fasti austroungarici, di liberty e di ottocento, per donarli a una festa stavolta chiassosa, allegra e ubriaca. Volano biplani sopra e sotto le arcate dei ponti, le frittelle degli abusivi grondano di unto, le bottiglie passano di mano in mano. Il Danubio tace divertito.
Al momento dei fuochi ha appena fatto buio. Li sparano dal ponte, a pochi metri dalla gente. Presto l’aria si riempie di fumo, e i lapilli del bombardamento cadono in testa ancora caldi. Sembra interminabile la pirotecnica, mentre bottiglie di birra, Bikàver, palinka, passano di mano in mano fino a perdersi. La festa di Santo Stefano Re.
Finite le esplosioni ci si infila tra le bancarelle, facendosi largo tra i curiosi, gli acquirenti, i venditori, i perditempo; assimilandoci più che altro all’ultimo tipo. Il mercatino serpeggia fino alla Cittadella, dove si beve birra per mandare giù le carni alla brace. Sotto di noi la città pare muoversi con le luci del festeggiamento.
L’uomo alla griglia è stato ovviamente in Italia, e lo dimostra esponendoci le sue conoscenze linguistiche: “Cazzo! Putana! Meerda!”. Suda copiosamente questo fuochista del ristoro, e indossa un grembiule tutto unto. Ridiamo un po’ con lui, ci facciamo offrire altra birra. In un inglese zoppicante ci consiglia un locale di sua conoscenza, dove le ragazze sono brave e costano poco. Ci fa intendere che se lo aspettiamo ci accompagna, che il padrone è suo amico e via dicendo. Ma la sveglia domani suonerà presto, ci scusiamo. E abbiamo pochi soldi. Il fuochista alza le spalle e torna alle sue braci; probabilmente ci guarda allontanarci per la stradina dove sono rimasti i rifiuti delle bancarelle, deridendoci.
Il ritorno pare interminabile, prendiamo vie sconosciute, ci inerpichiamo sulla collina. Tutte le strade erano chiuse oggi, e la macchina è rimasta lontana, in un parcheggio anonimo lungo una circonvallazione, a pochi passi dalla follia dei casermoni. Un market 24h su 24 ci foraggia di sigarette e birra; mi innamoro subitaneamente della cassiera ma è idrofoba, e mi insulta nella sua lingua. Ha perso la festa, a causa del lavoro. Il capo sì, ha fatto sicuramente un extra guadagno, sarà stato l’unico market aperto in tutta la città, ma la festa se la sono persa. Al capo non gli importa nulla della festa, ma a lei non importa nulla del minimarket. E lo odia, e odia chi ci va. Lì, a pochi passi dall’ordine maniaco del cemento, lontano dal fiume, dalla città europea, dal turismo, dall’austriaungheria e dal liberty. Io lo so, te lo leggo negli occhi. Bartok utca ti sta stretta, vieni via con me. In realtà sono gli altri che mi trascinano via. Chi sei? Dove andrai stanotte? C'è già qualcuno che ti stringe, che accogli tra le gambe, che ti morde? Come sarà il tuo domani?
A pochi passi dal ritorno, il mio domani si tinge di vomito e di trachea lacerata.
E a casa piove.
Come si dice, la festa è finita. August 22 Shadows"I am constantly reconstructing a pattern of something forever lost and which I cannot forget." - A. N. -
C'è qualcosa che resta laterale, nascosto, pur lasciando tracce alla superficie. Come sabbia, o rocce, o alberi caduti che affiorano sull'acqua. No, non affiorano: restano un po' più in profondità, ombre al di sotto delle onde. Ci sono, ma cosa sono?
Cerco di capire, di identificare - dare nome e volto, razza e specie; ma esiste la scienza positiva in grado di esacerbare ciò che è sensazione, un sottile sottile disagio dell'essere? Come l'atmosfera rarefatta dei sogni che persiste al risveglio.
Qualcosa di perduto per sempre, ma indimenticabile; come le stelle, luminose, ma non illuminanti. Visibili ma distanti infinite ere. E' qualcosa nel sangue? Nello spirito? Il continuo tentativo di raggiungere ciò che ognuno vuole: pace, riposo, incoscienza. August 13 A momentary lapse of reason
C’era spazio per fare le strade, nella piana periferica, e le hanno fatte belle larghe, con grandi rotonde su cui cresce dell’erbetta stantia. I casermoni sono bassi e lunghi, sistemati ordinatamente a perpendicolo; e in mezzo ampi giardini con la stessa erba giallognola, puntellati di rifiuti e alberelli rachitici. E’ la pausa pranzo, ma non troverò nè riposo nè ombra: pare che le panchine siano sistemate in modo da ricevere sempre la luce solare. Nemmeno la chiesa lì vicino, di foggia moderna, sembra offrire da sedere o da ripararsi dal picco del sole. Pare piuttosto uno spigolo di cemento armato che spunta fuori dal terreno. Niente campanile, nessuna finestra o rosone, solo una serie di piccoli pertugi simmetrici. La porta è chiusa. Passano autobus fuori servizio. Un corvo gracchia insulti ai piccioni. Decido di tornare verso l’ospedale; nonostante tutto, solo lì c’è un po’ di movimento.
Eccolo, il monolite di cemento e ferro che svetta di dieci piani e più nella piana dell’hinterland.
Attendo l’ascensore. Da un corridoio che porta al nulla spunta per un attimo una ragazza. Piange, al cellulare. “Chiama qualcuno, chiama la zia... Mi ascolti? Walter, ti prego... vieni qui, ti prego... Non so cosa fare, chiama qualcuno...” Passano lentamente vecchi col bastone e il catetere, primari dal passo spedito, infermieri che strascicano gli zoccoli di plastica nella pausa caffè. Gli autisti delle autoambulanze fumacchiano appena fuori dalla porta per sentire un po’ di aria condizionata. La ragazza non c’è più, nessuno l’ha vista. Qui dev’essere all’ordine del giorno. E’ tutto normale. Dev’essere il cemento che entra attraverso i pori, affluisce col sangue al cuore e al cervello. Il pensiero si fa perpendicolare, lascia spiazzi aridi nella mente, crea larghe strade per la nozione e il calcolo.
E nemmeno io ascolto più il vecchietto che mi racconta della sua peritonite perforante, ma scambio occhiate con la giovane infermiera sudamericana. Mi sorride civettuola. Segno delle risposte a caso sul questionario, mentre il nonno prosegue imperterrito.
L’infermierina ha rifiutato il mio invito a prendere un caffè, ed esco dal padiglione per una sigaretta sul balcone. Quello sfaccendato del mio collega non si è ancora fatto vedere. Oggi sono ai minimi, non ci sono cazzi. Gli specializzati dell’impresa di pulizie dondolano nel loro affare appeso mentre puliscono i vetri esterni. Ad ogni passata la spugna rigetta acqua nerastra. Rientro nei corridoi e inizio a vagare a caso, in cerca di qualcosa sempre più indefinibile. Un’anzianotta dal passo dondolante mi punta, agitando i fogli delle impegnative che ha in mano. “Mi scusi, dottore...” Non è la prima volta che capita. Indosso un camice come da regolamento, e quasi nessuno legge la dicitura “intervistatore” sul cartellino. “...dove trovo il reparto di taldeitali?” “Ma come si permette?” replico stizzito. “Anni e anni di studi per essere trattato come un qualsiasi portinaio?”. La donna mi guarda stupita. Alzo la voce.“Ho lauree su lauree, io!! Ho lavorato in America!! Ho eseguito migliaia di interventi!! Come un pezzente di portinaio, io!, io che ho fatto il primo trapianto di cervello!!! IO CHE HO SCONFITTO LA MORTE!!!!”
Cammino verso la fermata della metro, spedito per raggiungere quella zona d’ombra là al semaforo. Una macchina priva di ruote e di portiere. Un’altra bruciata. Le campane del vetro straboccanti, circondate di sacchetti gonfi e rotti. Più in là, prati di erba bruciata e piante mai viste. “Ciao!” sento, alle mie spalle. E’ l’infermierina che passa in bici, mi sorride. Non si ferma, arriva al semaforo e gira a sinistra, scomparendo alla mia vista. August 09 laurà, laurà"... Visto che il lavoro in magazzino non ti piace" mi dice il Batteraio Pol durante la pausa, riferendosi al mio post di ieri. Effettivamente ho scritto che "non è entusiasmante", nel senso che non lascia molto di interessante da raccontare alla fine di una giornata. Dopotutto è un lavoro semplice, senza pretese. E va bene così. Se non mi piacesse, semplice: non lo farei.
Una volta a casa mi viene da chiedermi "Ma allora, che lavoro ti piace veramente?". Anche ieri sera il discorso sorretto dalla birra girava intorno a questo argomento. Se lo sapessi, proverei a farlo in tutti i modi. Mi viene in mente Montale: quello che sappiamo è ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.
E quindi proseguo per prove ed errori. Ora so che non farò mai l'operatore di vendita nei call center.
L'annuncio sul giornale era invitante, "lavoro al telefono in un call center, vendita vino, quattrocento fissi più incentivi, eccetera". Vicino a casa, poi. Mi fissano un colloquio, e ci vado abbastanza galvanizzato e speranzoso.
Il tipo, una specie di dirigente, è simpatico e mi spiega: tre ore al giorno di lavoro, all'orario che vuoi; quattrocento fissi e poi tipo provvigioni se funzioni bene. Ottimo per me che sono ancora studente!, mi dico. Qualche soldo, e ho anche tempo per studiare.
"Ok dai, allora vai di là"(una saletta con delle postazioni telefoniche) "siediti di fianco a qualcuno e senti come fa, poi dopo un po' provi anche tu". Per un po' mi aggiro tra le postazioni, spiando i telefonisti. Sono tutte donne, dalla ragazzina alla signora di mezza età, tranne un ragazzo che mi sembra di conoscere. La mia baldanza si affievolisce vedendoli tutti digitare numeri furiosamente, e ripetere le stesse formule ad ogni risposta. Alcuni vengono cassati subito, altri vanno avanti fino alla vendita. Con insistenza morbosa. "Ma cosa ti aspettavi", mi chiedo.
L'unico ragazzo mi fa cenno di avvicinarmi alla sua postazione. Parla con voce bassissima, mi devo chinare verso di lui per sentire.
"Noi ci siamo già visti, vero?" mi dice, "Io abitavo al Paese tempo fa, mio padre aveva il ristorante lì in centro..." Aaaaaaaah ecco dove ti avevo visto. Si parla un po', lui non mi guarda mai negli occhi, fa degli scarabocchi chino sul foglio pieno di nomi che ha davanti a sè. Dà risposte smozzicate con quella voce bassa bassa e monocorde, oltretutto masticando - no, biascicando una cicca dall'odore disgustoso, tipo mango-papaya-melaverde-cipolla. "Beh dai, senti un po' me come faccio" mi dice, mentre io mi sistemo l'apparecchio acustico.
Alza la cornetta, compone il numero, suona due, tre, quattro volte. Riattacca. "Non farlo suonare troppo, si perde tempo". Altro numero. Due volte, risposta. Ed ecco il miracolo. L'amico si svacca sulla sedia e attacca a gridare, cantilenando le sue offerte come un attore sul palcoscenico. "Sììììì saalve signora sono R., della xxxx, come sta? Sicurameeentebenissimosenta, noi vendiamo dell'OTTIMO vino eccetera... sono CONVINTO che una persona come lei apprezzerà... SIGNOOOORA, non mi dica così..." Giuro, sta gridando, e sorride fissando la tastiera del telefono.
Mio dio. Stevenson non si è inventato nulla: ecco Jekyll e Hyde.
Dopo cinque minuti riattacca. Gli hanno ordinato due di bianco e due di rosso. "Visto? E' facile" mi dice, ora rasentando il volume zero. "Ora prova tu"
Non sono più così sicuro di farlo.
Mi dà un foglio con i numeri da chiamare e un altro con delle "linee guida" per principianti come me. Me tocca. Decido di seguire le linee guida.
Tentativo 1
- Pronto?
- Buongiorno signora, sono della xxxx, una rinomata casa vinico-
- No non mi interessa.
- Ma sig-
tututututututututu
Tentativo 2
- Pronto?
- Buongiorno, sono della xxxx, vendiamo dell'ottimo vino del friuli... eccetera eccetera... vorrei sapere se le interessa...
- No
- ...Ma...
- No. Non mi faccia perdere tempo, per favore.
- ...beh, ok. Buongiorno.
- Buongiorno.
(nel frattempo, la kapò che gira intorno alle postazioni per vigilare sul lavoro mi fa notare "Non devi dir loro se gli interessa, altrimenti ti dicono di no!". Osti, ha ragione)
Tentativo 3
- Pronto?
- Buongiorno, sono della xxxx, casa vinicola friulana...eccetera... sono sicuro che lei vuole assaggiare l'ottimo vino che produciamo...
- Sono astemia.
- A...e...o... ma... e ma, ci sarà sicuramente qualcuno con lei che beve un po' di vino, suo marito, suo padre...
- Non sono sposata. Mio padre è morto. Di cirrosi.
tutututututututuutut
(ripassa la kapò. "Insomma, devi essere più convinto, parla più forte, bello alto e chiaro il tono di voce, dai, e non dire così, non dire cosà")
Tentativo 4
- Pronto?
- Buongiorno, papapà, blablabla (cercando di imitare Gassman)...
- (risata) Il vino me lo faccio io...
- Come?
- Il vino me lo faccio io. Cioè, io e mio padre. Abbiamo una vigna, e ci facciamo il nostro vino. Che bisogno ho di comprarlo?
- Uh... e... com'è sto vino?
- Mah, buono, niente di eccezionale ...schietto.
- Fico... ma lo vendete anche?
- Eh, no, non siamo produttori, e poi è poco, basta solo per noi...
(la kapò con uno sguardo omicida mi fa notare che il vino devo venderlo, non comprarlo)
Cinque minuti dopo mi accendo una sigaretta, mentre cammino verso la macchina. Il sole è quello caldino di aprile, l'aria è fresca e pulita.
Devo cercare un lavoro.
August 08 Cosa?E' strano, eh?, che uno apre un blog anche per soddisfare un certo bisogno di scrivere... e poi non sa cosa scrivere.
"Potrei raccontare la mia giornata... No, palloso. La giornata in magazzino non è certo entusiasmante." Ci penso su mentre faccio la doccia, potrei raccontare di quel pericoloso qui pro quo con degli ungheresi armati di coltello. Oppure di quell'"ostello" a Bratislava dove dormivo praticamente in soffitta. O di quando, in Francia, ho telefonato alle pompe funebri invece che all'ufficio del turismo. Uhm. Di viaggi, un po' di cose da dire ce n'è.
E la musica?? Certi brividi lungo la schiena ascoltando Jeff Buckley, da aver paura della vita stessa. O quelle parole degli AiC in cui ti ritrovi, e diventano profondamente tue così come la musica che te le porge. Momenti, ricordi. E anche la mia musica, in cui cerco di mettere la stessa passione, la stessa vita che c'è dentro tanta musica che apprezzo. E ancora il sudore dei concerti, l'adrenalina di quando sali su un palco.
Certi momenti, certi ricordi...*sospiro* (hahahaha sembra che c'hai novant'anni!!!). Eppure, qualche tempo fa ho ritrovato lettere, foto, oggetti dispersi nei meandri della camera, e non ho potuto evitare di fermarmi a ricordare, a richiamare alla mente situazioni, sensazioni, pensieri. E' così difficile. Eppure ricordo. Quel giorno ho buttato giù questo nel mio quadernetto:
You’ve got a son I’ve got a memory but there was a time when time forgot us
under frames of sky among the silver trees walking like gods in the fearful crowds. Too weak this lace to keep us embraced when time came back shaped like a ship
still on me, tears distilled from your smell your perfume that clenched the heart
...for days I heard your name sung by the waves...
Today it’s time to save the memory I do, do you? Oppure con gusto molto alla Miller o alla Bukowksi, deridermi raccontando di sbronze epocali e conseguenti epocali cazzate. Ma in questo caso non sono sicuro di ricordare tutto...:)
Oppure ancora...
...Ecco, devo dire che di argomenti ce ne sono. Devo solo impegnarmi un po'!
E alla fine, ho scritto qualcosa. August 06 La prima pietra......lanciata nello stagno del web...
Perchè?
Mah. Così. Per sfruttare una possibilità.
Per mettermi un po' in vetrina anch'io, in questi tempi in cui ognuno può avere la sua esposizione.
Per provare com'è, perchè se non provi non puoi sapere.
...oh insomma, famolo e basta! |
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